Otherside


…A TOYS ORCHESTRA – Technicolor Dreams
aprile 5, 2007, 8:52 pm
Filed under: recensioni

released: March 19, 2007
Urtovox – Audioglobe

Artistic production: Dustin O’Halloran

technicolor_big.jpg

Non ero ancora arrivato alla fine della terza traccia che già non vedevo l’ora di scrivere la recensione per questo disco. Terzo in ordine cronologico e primo in ordine di bellezza, “Technicolor Dreams” è un album splendido: maturo, ragionato eppure molto spontaneo. Un disco struggente, intriso di pathos e di malinconia, poetico sia nelle melodie che nei testi (leggeteli! Oppure no, se siete facili alle lacrime: questo disco ve ne chiederà tante). Le parole risultano perfettamente cucite ad un tessuto di musiche fatto quasi sempre di chitarre acustiche e pianoforte. Fin dalla prima traccia (“Invisible”) si resta rapiti dal groove e dal mood che pervade l’intero long playing. E scusate se parlo un po’ americano, sarà la presenza di Dustin O’Halloran (Devics) nelle vesti di produttore artistico ma questo disco suona effettivamente un po’ americano: possibili richiami sono a Mercury Rev, Black Heart Procession e perché no, American Music Club. Ai Flaming Lips, forse. Ma la personalità di questi ragazzi è fortissima e non si mette in discussione. “Mrs. Macabrette” commuove mentre “Letter to myself” fa letteralmente ammutolire, lascia stonati, groppo in gola, pelle d’oca. Segno inequivocabile di una forza compositiva impressionante da parte di Enzo Moretto e Soci. Bellissima anche “Ease off the bit”, con il suo incipit acustico, l’incursione elettronica e quel primo singolo colpo di chitarra che davvero è geniale. Un brano che muta e si evolve continuamente a dispetto delle situazioni di stallo raccontate nel testo. “Powder on the words”, altra perla, è uno dei brani più soffici dell’intero lavoro. In “Santa Barbara” la voce di Ilaria de Angelis riporta alla mente la Kylie Minogue che dettava con Nick Cave. “Bug Embrace” è splendida. Difficile del resto trovare un brano che non sia degno di nota in quello che potrebbe già essere eletto disco dell’anno. E mi fermo qui. Perché per quanto ci stia provando, con le parole non riesco a dare il senso della profondità e della bellezza di questo album. Rischio di sminuirlo. Solo un ultimo consiglio: non mettetelo come sottofondo se state lavorando o se siete impegnati in qualcosa: finirete subito di farla per concentrarvi nell’ascolto. Nove e mezzo.

Bipo

 



Sophia – Technology Won’t Save Us (The Flower Shop, 2006)
aprile 5, 2007, 7:54 pm
Filed under: recensioni

twsusleevnews.jpg

Francamente mi aspettavo qualcosa in più dal nuovo lavoro di Robin Proper-Sheppard. Intendiamoci, il disco non è affatto male ma i tempi di “fixed water” e “the infite circle” per me sono lontani. L’album si apre con uno strumentale intriso di archi ed arpeggi che mi piacerebbe poter definire semplicemente melanconico ma che, fatto un attento esame di coscienza, mi tocca etichettare come melenso. Crescendo di rumore alla fine del brano e parte “Pace”: forse un po’ troppo radiofonica ed epidermica ma tutto sommato gradevole. In “Where are you now” spunta finalmente e fiorisce lo stile dell’ex God Machine. Gli archi questa volta sono ben dosati e bene inseriti all’interno del brano e la cosa, come si dice, funziona. Seguono un prescindibile cavernoso acustico (“Big City Riot”) ed un secondo brano strumentale (“Twilight At The Moscow Hotel”), che risulta in qualche modo più ispirato e meno forzato rispetto alla traccia d’apertura.
Un altro bel momento del disco è “Birds”, apprezzabile anche per l’ azzeccato ed attento innesto dei fiati. Il livello si mantiene alto con la traccia che segue (“Lost”) il cui testo conferma la vena poetica diretta e sofferta e la sincerità compositiva di un artista dal cuore gentile. “Weightless” e “P.1 / P.2” traghettano senza incidenti fino all’ultimo episodio portandoci in un mare in cui forse più che la signora Sophia a specchiarsi sono le Regine di Maggio che, come molti ricorderanno furono il side-project elettrico dello stesso Collettivo di Proper-Sheppard & soci. E questa sensazione diventa esplicita proprio nel terzo ed ultimo strumentale che chiude questo “Technlogy won’t save us”, intitolato a scanso di qualsiasi dubbio, “Theme for the May Queen No. 3″.
L’edizione a tiratura limitata dei disco esce con un mini cd bonus, “Music for Picnics (Knocks and rocks and scratches and squeaks…)” che raccoglie sei brani risuonati in versione acustica (da “Bastards” alla stessa “Pace”) e che vale la pena di avere. Robin, facciamo sette meno ed amici come prima?

Bipo



via camera di mirò, n.ro 237
marzo 29, 2007, 4:27 pm
Filed under: interviste

L’occasione è ROCKIT night, a Cosenza.

Camera 237 e Giardini di Mirò, hanno diviso il palco e anche qualche chiacchera con me.

Buon ascolto.

A new start between dividing opinions.

Intervista a Jukka Reverberi

la “mia” intervista ai Giardini deve attendere ore. 5 o 6 se non sbaglio. e proprio mentre penso, ottimisticamente, che sia “arrivato il mio turno”, rimango ferma come una pera cotta di fronte al loro tavolo mentre jukka scuote la testa. aspettiamo. anche loro avranno fame.
intanto, con maldestra furbizia, mi aggiro intorno a loro, nel tentativo che non dimentichino che me l’hanno promessa questa intervista. e nel momento più che inopportuno, mi avvicino con una scusa ora quasi dimenticata. jukka ha sotto il mento un fantastico registratore a cassetta stile 80’s. apro la moleskine, ma a breve mi rendo conto che è più che inutile.
ricordo le domande, per cui possiamo iniziare.

9-marzo-07-02.jpg

nella vostra intervista su rockit definite “dividing opinions” un album d’amore. amore: in che senso, verso chi, verso cosa.
è un disco d’amore che racconta le nostre vite, le nostre esperienze di questi ultimi mesi. l’amore nelle sue molteplici forme: dalla partecipazione civile e l’amore per la propria terra all’amore per una persona, all’amore per un figlio. la parola ha un senso molto generico, ma anche molto concreto.l’uscita di un membro da un gruppo rappresenta sempre un momento critico, di ridimensionamento dei ruoli all’interno del gruppo stesso. cosa hanno perso e cosa hanno guadagnato i giardini dalla dipartita di alessandro raina?
sicuramente abbiam perso un amico. dal punto di vista musicale si può sempre ovviare, trovare una soluzione. non ce la sentivamo più di collaborare con alessandro. c’eran di mezzo progetti molto differenti. il mezzo era sempre la musica, ma le intenzioni eran ben diverse. non c’è stato nulla di più, nulla di meno. è proprio dal punto di vista artistico che si è rotta questa collaborazione. è venuta a mancare la fiducia da questo punto di vista.
il tentativo ora è quello soprattutto di mantenere un rapporto personale, amicale.
naturalmente c’è una testa in meno, dei racconti in meno. e tutto questo viene a togliere qualcosa al gruppo ma spinge anche gli altri membri a dare di più, e a cimentarsi anche in ruoli diversi dai propri.

si potrebbe quindi definire “broken by” una sorta di spartiacque tra i vecchi e i nuovi giardini di mirò? o anche una specie di testamento, in quanto il testo è stato scritto da alessandro, ma siete stati voi a cantarlo?
testamento è un’espressione molto forte. diciamo che è la fotografia dell’ultimo momento in cui siamo stati veramente vicini, uniti. alessandro parla della sua storia d’amore,ma anche del gruppo, del suo rapporto con il gruppo. era quindi giusto cantarla, celebrare questo nostro rapporto che è finito.

il video di “broken by” è il risultato di un contest. perchè avete scelto questo video che probabilmente è molto crudo, amaro rispetto alle sonorità della canzone e poco comprensibile se non alla fine?
abbiamo scelto il video che alla fine ci pareva quello cinematograficamente girato meglio, con una idea sotto ben sviluppata. non è detto che alla fine i temi trattati siano poi così lontani dai nostri. io faccio fatica ad avvicinarmi a quell’immaginario, perchè si tende a leggerlo come un suppruso, una prevaricazione nei confronti della donna e della sua immagine. certo, alla fine è possibile darne una lettura più complessa, è un video che sta molto in bilico. a me par esser, invece, molto chiaro.
in definitiva abbiam avuto, gratuitamente, un bel video, girato molto bene. e quando esce un video, in qualche modo veicola anche te.
non ci rappresenta molto come immaginario, ma forse il nostro sarebbe stato molto più banale.

g.jpg

siete considerati nello scenario italiano, una realtà consolidata. a che punto
siete? cosa è significato arrivare al punto in cui siete? cosa vi aspettate dal futuro? c’è la possibilità che entri nella formazione una nuova voce?

no, non credo. questa è l’unica cosa che so dirti con certezza, proprio per rispetto nei confronti di alessandro. le persone non sono cose da sostituire, soprattutto per il ruolo che ricoprono. alessandro era davanti a noi, ci rappresentava. ci siam ridimensionati, sapendo anche che possiamo fare peggio. non è il nostro mestiere cantare. ma è un rischio che abbiam voluto assumerci. tutto con estremo rispetto nei confronti di alessandro.
arrivati? è difficile dire in italia quando si arriva o no. si è arrivati quando si riesce a guadagnare con la musica o quando fai un album che realmente ti piace, che riesce ad avere un riscontro critico, anche degli ascoltatori? noi, forse da questo punto di vista siamo un gruppo arrivato. dal punto di vista economico, no. penso che sia assurdità, in italia,credere di poter vivere con la musica. almeno la musica che facciamo noi, ossia avere un’attitudine a ricercare delle sonorità piuttosto che altre, a non fare la canzoncina facile facile.
siamo un gruppo arrivato? mah, spero proprio di no. io vorrei fare ancora un pò di strada.

Poi le parole sfumano, in una sala piena che aspetta solo di ascoltarli.
Lascio il tavolo con un sorriso, lascio la sala trascinandomi dietro un accento che non mi appartiene.
Con occhio indiscreto continuo a guardare il loro tavolo.

[—————–]

rvm di un viaggio sulla 237

una macchina. un viaggio in terra calabra.un’autostrada buia e offuscata dalla nebbia.
a rispondere alla mia voce più nasale è Yandro Estrada, batterista dei Camera 237.

partiamo con una sorta di biografia del gruppo. quando nasce, come nasce e le varie vicissitudini.

i Camera 237 nascono nella primavera del 2003. All’epoca nel gruppo rientravamo io, Marco Orrico, Ignazio Nisticò e Luigi Naccarato. tutti avevamo altri progetti, ma avevano voglia anche di vedere quanto potevamo funzionare insieme, andando al di là di certi canoni compositivi, in una realtà come quella di Cosenza che probabilmente non aveva mai sperimentato una cosa del genere.
quando abbiamo registrato il primo ep, abbiamo iniziato a pensare che era necessario un maggiore impegno, perchè il lavoro aveva per noi una grande validità. Il 2004 ci ha visti impegnati in 30 concerti, che per una band agli esordi non sono pochi.
Il tutto concluso con la vittoria ad Arezzo Wave e la registrazione del nostro primo lavoro, “Vectorial maze”, con Fabio Magistrali.
A quel punto, abbiamo avuto un cambio nella line up, con l’uscita di Luigi Naccarato (uscito per una sua voglia di sperimentare dell’altro), sostituito da Luigi Iannini.
Con lui abbiam vissuto un periodo molto positivo a livello concertistico: abbiam aperto il concerto dei Karate a Reggio Calabria, diviso il palco con Hugo Race al Partyzan, vinto concorsi come l’International Noise Festival, il Neapolis Rock Festival e il San Giuseppe Rock.
Per problemi personali, Luigi ha deciso di staccarsi dal gruppo.
La scelta di un nuovo bassista si è fermata su Toni Chiodo, già componente degli Shale.
Con Toni abbiam ripreso a suonare e stiamo lavorando a nuovi pezzi, che speriamo di poter registrare alla fine dell’estate.
Ultimo ad entrare nella formazione è Giuseppe Mercurio, vj. Con lui l’idea che avevamo di dare alle visioni che la nostra crea una forma concreta e visiva è diventata reale. E speriamo di poter collaborare ancora per molto.

il momento più brutto, il momento più bello dei Camera 237.

il periodo più brutto: non saprei neanche dirlo. abbiamo sempre ragionato sempre in maniera positiva. non abbiamo mai pensato di abbandonare il progetto. siamo usciti sempre a testa alta da tutte le difficoltà.
momenti belli ce ne sono stati molti, soprattutto nei festival.
i momenti più belli per me sono i concerti fuori dalla nostra città. suoni per un pubblico che non ti conosce e c’è sempre il rischio che tu non venga compreso e apprezzato. ma se accade, però, il contrario, beh, lì la gioia è grande.
noi siamo nati come live band, quella è la nostra dimensione.
e si riflette, inevitabilmente, anche sul nostro modo di registrare.

un nuovo tour, che vi porta fuori dalla vostra regione, lontani da casa. aspettative?

Queste sono le prime esperienze nel nord Italia. Grazie ad Otherside, questa agenzia di booking appena nata a Cosenza. Siamo molto curiosi di vedere come risponderà il pubblico. Finora il riscontro è stato più che positivo, in tutti i concerti.
A roma abbiam suonato al Circolo degli artisti per sporco impossibile. E’ un’associazione che organizza ogni due, tre mesi una serata al circolo degli artisti,in cui suonano due gruppi di Roma e due gruppi di fuori.
Prima di ogni concerto promuovono le band con video, interviste in varie webzine e radio. Per noi hanno realizzato una sorta di cortometraggio- intervista pubblicato sul loro sito.

Valentina Marino



BECK – THE INFORMATION (Interscope, 2006)
marzo 29, 2007, 3:36 pm
Filed under: recensioni

theinformation.jpg

Si sono sempre sprecati tanti aggettivi per descrivere il cantautore losangelino che risponde al nome di Beck Hansen. Dagli esordi con Loser, passando per album eccellenti come Odelay e Mutations Beck si è distinto per il suo eclettismo musicale, tenendo conto sia dell’aspetto estetico che, soprattutto, contenutistico delle sue canzoni. Non è da tutti passare dal country folk, al blues fino all’hip hop e far collimare questi generi così distanti in un solo album senza soluzione di continuità e facendolo in maniera così naturale da farla sembrare una formalità.
Dopo Sea Change del 2003 (disco cantautoriale e malinconico: l’artista veniva dalla fine di una storia d’amore nda.), Beck inizia a lavorare su alcuni brani sulla stessa scia del lavoro precedente, ma per qualche imprecisato motivo decide di accantonare il progetto per mettersi a lavoro su un nuovo disco, che risulterà essere Guero (2005). Album criticato dai più per eccessivo manierismo e per una vena stranamente offuscata, forse per il tentativo mal celato e mal riuscito di sintetizzare tutto il suo repertorio.
Allora nei primi mesi del 2006 Beck decide di richiamare Nigel Godrich in sala di produzione (colui che è stato il producer di Mutations, Sea Change, ma anche dei dischi più famosi dei Radiohead e dell’ultimo Paul McCartney) e riprende in mano quei demos che aveva lasciato sospesi per dedicarsi al poco fortunato Guero. Quel che ne viene fuori è il disco di cui poi si parla qui: The Information, 15 tracce (più la bonus track dell’edizione speciale, la splendida Inside Out).
Sono tutte canzoni incastonate in un dipinto multicolore e variegato, composto da sinuosi intrecci di elettronica (usata, c’è da sottolinearlo, in maniera sempre intelligente e mai eccessiva) blues, folk e immancabile hip hop bianco. Ma questa volta (rispetto agli album precedenti, nei quali faceva già capolinea un’amalgama simile) si aggiungono anche temi nuovi come l’electroclash del primo singolo estratto “Cellphone’s Dead”, il ritmo sixties di “Think I’m In Love” e la rollingstoniana “Strange Apparition” che sembra quasi una outtake di “Jigsaw Blues” della band di Jagger e Richards. O ancora il pop psichedelico e leggermente scanzonato di “Nausea” e “No Complaints”, due delle canzoni più riuscite dell’intero progetto. E’ un album lungo, quasi 65 minuti, ma non pesa affatto nonostante la presenza della lunga (e per alcuni, unico punto debole. Ma non a parere di chi scrive) suite “The Horrible Fanfare/ Landslide/ Exoskeleton”, album corposo come dicevamo e nel quale Beck esprime anche tutto il suo talento polistrumentista suonando di tutto, persino il Game Boy!
Forse non è il caso di aspettarsi più novità eclatanti dal songwriter Californiano (gli manca solo l’heavy metal come genere inesplorato) ma se i suoi prossimi lavori saranno di questa caratura c’è da rimanere comunque abbastanza soddisfatti, perché questa volta sì che Beck è riuscito a sintetizzare bene tutte le caratteristiche sonore che lo contraddistinguono non rinunciando però alla sperimentazione.

Merita poi una nota d’attenzione finale lo splendido packaging che accompagna nei negozi l’ultimo lavoro di Beck (sia dall’uscita di Ottobre che nella versione deluxe , un po’ più ricca, appena giunta nei negozi) con l’artwork di copertina praticamente assente e completamente personalizzabile con degli stickers molto colorati e surreali. E’ incluso poi un dvd con dei video molto casalinghi per tutte le canzoni presenti all’interno dell’album, con alcuni temi fondanti come la discoteca, il look militare e la parodia. E tutta questa abbondanza è stata bannata dalle classifiche di vendita UK perché sfavorirebbe gli avversari commerciali “regalando” dei contenuti extra (gli stickers e un bel po’ di divertimento); e poi ci si lamenta ancora delle scarse vendite dei supporti originali.

Voto: 9/10

Andrea Belcastro

 




Vi RIpresentiamo Sir. Jarvis Branson Cocker
marzo 22, 2007, 2:03 pm
Filed under: recensioni

jarvis.jpg

Quanta attesa. Rimasti soli abbiamo preso in affitto vecchie chanson d’autore, ci consolavamo indossando camicette e gilet, cinture – sottili per favore! – scarpette rosse e fiocchi, grossi riquadri beige e marroni, e bottoni poco ordinari. E se non possiedi soffitte ben assortite sono dannatamente difficili da recuperare in un’epoca di super abbronzati ustionati (dentro e fuori). Traducevamo i nuovi ascolti in movenze intermittenti, scossettine del capo ritmate a gesti deittici, il tutto in con-fusione tra canto e corpo. Ma niente da fare, il suo gesticolare rimane una benedizione più performative della nostra. Anche camminare per le strade di Londra non aiutava. Già. Tanto ora vive a Parigi (dove altro se no!), con una compagna e uno splendido figlio tra le braccia. Tentativi, i nostri, di ridurre i tempi d’attesa al ricongiungimento. E a dire il vero, intanto, cantando cantando – Other “band” went and other “band” came, I can’t get over my old flame, all my friends think I’m insane, But I’m sill in love with… – pensavamo che inutile è sopperire la mancanza riadattando oneste canzoni altrui, ma ci aggrappammo ugualmente a tutta una schiera di discendenti più o meno degni, detti Franz Ferdinand (che nel frattempo rielaborano “Miss Shapes”, e non sono gli unici, vedi Nick Cave, e duettano con Jane Birkin), The Long Blondes fino ai nostri Baustelle. Tutti bravissimi, si per carità, ma lui non poteva averci mollato con uno scarno album di HITS (2002) proprio nel ventennale della band: insomma Jarvis, dì qualcosa, qualsiasi cosa!
Se hai fatto conoscenza dei PULP la rimozione diventa davvero un fenomeno innaturale – ci scuseranno gli amabili neopsicoanalisti – ma come puoi non ricordare? La storia di Jarvis Cocker e dei Pulp, infatti, non ha molti precedenti. Inizia nel 1977: a Sheffield c’erano gli Arabicus Pulp, Jarvis via etere a Radio Hallam, il punk-rock e una line-up fatta di compagni di college. Passano cinque anni, il nome si abbrevia in Pulp, e nell’aprile 1983 la Red Rhino Records pubblica il primo album “It”, passato, però, nell’indifferenza totale, date le preferenze conterranee del momento. Fosse uscito oggi sarebbe stato un successo. Ci vorranno ancora dieci anni e altri quattro album perchè la perspicace (poco in questo caso) Inghilterra si accorga di loro: “Freaks”, secondo album, sarà pubblicato nel 1987, poi sarà la volta, nel 1992, di “Separations” e “Intro”, raccolta di singoli, pubblicato nell’ Ottobre 1993. Ma sarà “His’n’Hers” – e siamo già nel 1994 – a consegnare al pubblico Jarvis e soci come Pulp. E, in quegli anni, intanto, la scena musicale britannica è pronta a scartare e a tramandare ciò che, per lungo tempo, ha impacchettato. Lo chiamarono Brit-pop, ma non è di certo solo pop. E il suo battesimo non fu un atteggiamento sconveniente dato il predominio american-grunge: nella city dominavano gruppi che avrebbero potuto giurare, senza tema di smentite, di essere americani contrastati solo debolmente da personalità controverse come quella di un certo Morrissey o da gruppi che iniziavano allora come i Suede, i Blur, i Supergrass, ai quali, e ci sembra del tutto motivato, la stampa britannica si attaccava come un naufrago a una zattera visto la desertificazione di connotazioni nazionaliste in risposta alla scena di oltre oceano. Una vera e propria via crucis tra chitarre, tastiere e vecchi sintetizzatori, interminabili querelle tra NME e Melody Maker, volti smarriti e risse nei pub tra i giovincelli della The next big thing. Si cantava l’ordinary life in ogni sua forma, canzonature da eco francese ma dal passo affrettato, british, umoristico e caricaturale sull’ “uomo senza attrattive, istruito alla maniera dei ricchi e che sa distinguere un rosato da un Beaujolais” (Blur, “Charmless Man”). E in questa atmosfera da analisi socio-antropologiche, dopo dodici anni di tentativi, i Pulp non possono che essere rivalutati. Al Reading Festival del 1994 Jarvis dal palco prova a canticchiare una canzone scritta in quei giorni: <<I said pretend you’ve got no money, she just laughed and said “Oh you’re so funny”, I said “yeah?”, well I can’t see anyone else smiling in here>>. E’ “Common people”. La folla impazza, i discografici anche, e i Pulp escono allo scoperto. E da una sola canzone tra le mani presto ne uscirà un album capolavoro, una pietra miliare: è l’Ottobre del 1995 e “Different Class” in drum machine consacra i Pulp regalandogli quel successo di pubblico e critica che fino a quel momento sembrava non essergli dovuto, nonostante avessero davvero già dato molto. Seguiranno album più pacati, ragionati, due lavori outsiders: “This is hardcore” nel 1998 e “We love life” ultimo album del 2001. “It’s all over” dirà di lì a poco Jarvis durante uno degli ultimi concerti dei Pulp, palesando l’idea di un prossimo scioglimento della band anche se, in realtà, dichiarazioni ufficiali mai ci furono.
Sono passati quasi ventiquattro anni dal primo album dei Pulp, uscito nell’Aprile del 1983, e sei dall’ultimo. Apparente stand-by dal 2001 in poi. Intanto tante osannate band si sono accompagnate e strascicate ai Pulp ma da quel groviglio davvero pochi superstiti sono perdurati onestamente alla fame brit-bulimica anni novanta. Jarvis Cocker è tra i superstiti, no di fortuna, come alcuni, ma tra quelli meritevoli che la zattera l’hanno condotta e liberata. A chi non è mai capitato di spiegare tra un Damon e un Graham, un Brett e un Richard, chi fosse, a suo modo, Jarvis. E purtroppo è capitato spesso: accettata la sua presenza ma mai legittimata fino in fondo. E se per i figli buoni del Brit molte, troppe parole si spesero, per i Pulp poco o niente. Basti pensare che aprirono alcuni concerti dei Blur. Troppi colpi incassati i loro, forse troppe ironiche confessioni. Testi come “Anorexic Beauty”, “Cocaina Socialism” o “Underwear” (se la moda è il tuo commercio quando sei nuda potresti sembrare disoccupata) al di la delle solite e comunque nobili “Disco 2000” o “Common People” sputano sempre e, ancora, qualcosa di vero, per chi tra la gramigna e l’erbacce urbane, di “Weeds”, preferisce camminarvi con stivali di vernice. Ma se queste sono le conseguenze a quelle ingiuste premesse anni novanta c’è da ammettere che, allora, è stato solo un bene: l’ ombra rasente il successo ha concesso a Cocker una scrittura, un sound e una composizione orchestrale tra le migliori dell’ultimo ventennio. E, verrebbe da denunciare che, infondo, i Pulp sono stati sostanzialmente Jarvis Branson Cocker. E allora, diciamo pure che, loro, lui, in stand-by, non c’è mai andato. Accantonati i Pulp, Jarvis, utilizzando lo pseudonimo di Darrel Spooner, fonda, nel 2003, insieme all’amico Richard Hawley (ex Pulp), il progetto Relaxed Muscle dal quale ne uscirà un solo album sberleffo-synth: “A Heavy Night With” (Rough Trade, 2003). E altro che muscoli rilassati i due ci danno davvero forte con l’electroclash. Ma l’album è troppo “piatto” per avere un seguito. E la sua fase più matura però. E intanto collabora con personaggi come Nick Cave, Scott Walker, Marianne Faithfull, Nancy Sinatra e scrive alcuni pezzi per il recente esordio da musicista di Charlotte Gainsbourg. E’ stata magnifica, poi, la collaborazione per l’ultimo “Harry Potter e il calice di fuoco” (2005); regala al film tre bei pezzi scritti con Phil Selway e Jonny Greenwood dei Radiohead con i quali tra l’altro Jarvis compare anche nella pellicola durante il ballo di Hogwarts.
Per arrivare poi all’album da esordio solista. Lo ascolti e pensi che non tutti, musicalmente parlando, maturano con tale grazia, la solita eleganza, e la mancata superbia di chi non fa sfoggio di tutta l’intelligenza che possiede. L’album si intitola “Jarvis” (Rough Trade, 2006), come dire semplicemente: “non disturbo ulteriormente, gli interessati, infondo, sapranno” oppure con aria permalosa potrebbe pensare “dopo quasi ventiquattro anni di show business non credo di aver bisogno di ulteriori presentazioni”. Ok Jarvis, in ambedue i casi avresti ragione. L’album è i suoi quarantasette anni di riflessioni, di way of life. Ed è molto Pulp e molto Jarvis. Ma non sarà molto Pulp per chi conosce solo “Different Class”. Che Jarvis avesse da sempre strizzato l’occhio ad alcune autorità morali e amici come Paul Weller, Leonard Cohen, o l’amato Scott Walker o, uno su tutti, l’indimenticabile Serge Gainsbourg (assolutamente teatrale come il suo figlioccio) era roba nota. E lo è ancore di più ora, nel suo imminente compassato esordio. Mellotron, pianoforte, vibrafono e archi si elevano con ironia e pungente sarcasmo in brani che si mescolano al pianto e al riso, all’amore e alla perdita (roba che sanno fare in pochi). Ancora una volta l’uso orchestrale sposa perfettamente la ritmica e l’accattivante dinamica melodica che caratterizza, da sempre, la sua la scrittura. Il tono dell’album è tipicamente confidenziale, gentile ma graffia strutturandosi in denuncia sociale piuttosto che aprendosi ad un richiamo sessualizzato individuale come ci abituò, illo tempore, Mr. Cocker. Dominano le ballate lievi e speranzose di “Baby’s coming back to me” o “I will kill again”, tra gli echi da primo materiale Pulp di “Tonite” o “Big Julie”, deliziose, e anche rifacimenti omaggio (Leonard Cohen o Bowie) con “Disney Time” e “From Auschswitz to Ipswich”. Riecheggiano gli anni d’oro con “Don’t let him waste your time” (non a caso primo singolo estrapolato dall’album), “Black Magic” e “Fat Children” grido indie-wave scagliato contro i soprusi di inquieti bimbi grassottelli che, ci dice Jarvis, “wanted my brand-new phone with all the pictures of the kids and the wife”.
La conclusione è affidata alla chitarra acustica e ai violini di “Quantum Theory” dove le parole più ottimiste sono “somewhere everyone is happy, somewhere gravity cannot reach us anymore, somewhere you are not alone and everythings is going to be alright”. La canzone è una formuletta veloce da neo-padri impensieriti per il futuro dei loro babies, sindrome che colpì a suo modo anche papà Albarn e altri old boys. Non vogliamo essere cinici, ma la nuova carica “istituzionalizzata” di papà e marito assunta da Cocker è presente in molte canzoni dell’album, e se non sai che si è sposato e ha avuto un bimbo presto lo scoprirai dalla lettura dei testi. Fortuna vuole che dopo ventitre minuti dell’ultima canzone parte la traccia nascosta, “Running the World” (o meglio “cunts are still …”), ed affettivamente di questi tempi di cunts in giro per il mondo ce ne sono tanti. Si, si, hai ragione Jarvis così come è tanta anche la quantità di “shit” che “floats”, citata nel testo! Ci dici che il tutto fa parte di un natural order ma non ci caschiamo: qui in discussione è piuttosto il political order (o disorder? si comunque sia fa uguale in politica). Buona, sana e reale ironia, e infine “if you thought things had changed, friend you’d better think again”. Beh, grazie.
Please to meet you, Jarvis! Francamente dopo questo album viene ancor più voglio di cantare “Love is Blind” o “Mis Shapes”. O altro. Sarà normale. Ergo: la tua è ancora una different class.

Maria Francesca Palermo




Damien Rice – “9 Crimes”
marzo 22, 2007, 2:00 pm
Filed under: recensioni

b000iolz7001_ss500_sclzzzzzzz_v40638358_.jpg

Seconda prova ufficiale per l’artista irlandese, dopo il tanto acclamato esordio di “O”. Primo disco abbastanza acclamato e cullato dalla critica. Legato strettamente come colonna sonora. Questo secondo lavoro si apre lento, e come poteva essere diversamente. Un piano e la voce calda, forse ancor più di quella di Rice, di Lisa Hanningham per “9 Crimes”. Gli archi e i fiati ci spingono subito verso uno scenario avvolgente e voluttuoso, melodie ricercate e intimiste. Il disco procede senza cadute di tono, passando tra le vocalità cristalline di “Elephant” e la ballata dai tratti “dilaniani” di “Coconut skins”. Per arrivare a “Me,My Yoke and I”, deciso e temporaneo cambio di passo verso altre sonorità, un Jeff Buckley meno sregolato e molto più lineare, la classe c’è e forse ancora non tutta è uscita fuori. Uno di quei pezzi che valgono da soli l’acquisto dell’album. Il tutto si chiude con una adorabile “Sleep,don’t weep”, e qui la Hanningam non riesce solo a dare quel tocco in più, ma anche a sovrastare lo stesso Rice. Disco per lunghe giornate di pioggia, volume moderato e serranda che lascia entrare poca luce opaca. Strumentalmente perfetto, voci giuste e melodie azzeccate. Meno intenso del primo, con meno inventiva, ma forse più maturo. La malinconia, gli archi e il piano forse alla lunga stancano un po’. Il ragazzo sembra cavarsela bene anche quando c’è da alzare più i toni e rompere il silenzio con qualcosa di più elettrico. Era già successo in “O” con la struggente “I remember”, è l’ha rifatto ancora. Magari in futuro chissà. In tanto ci godiamo quello che ci offre al momento, chi la buona musica c’è l’ha nel sangue prima o poi la toglie fuori.Vari riferimenti al genere, Iron & Wine, Rocky Votolato, Elliot Smith. Buon ascolto.

Giovanni Bonanno




DOSSIER: ElectroClash
marzo 22, 2007, 1:53 pm
Filed under: dossier

E l e c t r o C l a s h
Dalle origini newyorkesi alle nuove leve britanniche. Resoconto di un movimento che rifugge da etichette e catalogazioni.

Electroclash. La stampa internazionale e i media si sono ormai impadroniti di questo termine così accattivante per cercare di circoscrivere un movimento trasversale che include musica, moda e arte, fondendo atmosfere perverse fra il kitsch e il glam, con sonorità sintetiche 80’s oriented e una rivisitazione trash dell’estetica punk. Tutti questi ingredienti, evocati da due sole parole, utilizzate per la prima volta da Terry Lee, dj-produttore e organizzatore di Electroclash: festival newyorkese che vide esibirsi band fra le più rappresentative di questa relativamente nuova (alla fine degli anni ’90 le origini) ondata electro quali Adult, Fisherspooner, Ladytron e Peaches.

1763_ladytron_383.jpg

Oltre al nome, gli Stati Uniti danno i natali anche al nuovo sound e alle prime band che portano avanti il genere fino ad arrivare alla Nu Rave britannica, che negli ultimi mesi infiamma le dancefloor più cool d’Europa.
Sono tanti e tutti abbastanza eterogenei fra loro i fenomeni musicali che confluiscono nello stesso calderone. A partire dalla new electro di Detroit che pone le sue basi nella techno minimale degli anni ’90 e la rielabora prendendo ispirazione dai primi esperimenti con i synth dei Kraftwerk. Gruppo di punta di questa scena sono gli ADULT., duo composto da Adam L. Miller & Nicola K.

adult.jpg

Missione primaria dei due: annoiare la massa con un sound weird e challenging (“strano” e che abbia il compito di sfidare), questo il senso ultimo della musica per entrambi. Il loro electro è una fusione di synth pop e atmosfere decisamente dark e decadenti. Toni lontani da quelli più nettamente eccentrici e caratterizzati dallo spirito post-femminista di tre formazioni, per l’appunto, tutte al femminile e tutte prodotte dall’etichetta tedesca Kitty-yo. Stiamo parlando di Peaches, Chicks on Speed e Le Tigre. Un mix esplosivo di electroclash, funk e trash-pop la prima, che esordisce con l’etichetta tedesca, nel 2000 con “will save as all”. Mentre risale a pochi mesi fa il suo terzo album, il cui titolo la dice lunga sul suo ruolo da cattiva ragazza dell’electroclash: “Impeach my bush” dove l’ultimo termine gioca sul doppio senso di bush-nomignolo dell’organo riproduttivo femminile e Bush-presidente degli States nei confronti del quale, lei non ha mai mostrato alcuna simpatia. Stesso anno d’esordio per le stravaganti Chicks on speed che reinventano il sound tanto originale quanto ironico e provocatorio dei berlinesi Stereo Total: electro pop d’autore che strizza l’occhio alla chanson française degli anni ‘60. L’esordio omonimo di Le Tigre risale invece al 1999. Attitudine punk, testi altamente politicizzati e sonorità electro per l’incontro fra l’ex Bikini Girl, Kathleen Hanna e l’attivista femminista Johanna Fateman. Davvero ben realizzato il loro sito ufficiale (http://www.letigreworld.com) nel quale troverete anche i link di siti come IndyMedia e Bands against Bush.
Ma il vero centro nevralgico europeo della scena electroclash è costituito dalla Gigolò Records: etichetta creata a Monaco da dj Hell, che sarà fondamentale per la diffusione del genere in Europa. Questo grazie anche alla distribuzione dei newyorkesi (d’adozione) Fisherspooner, al secolo Warren Fisher e Casey Spooner, capaci di mescolare con sapienza new wave anni ’80 e scena electro contemporanea. La wave 80s, soprattutto nelle sue sfumature più dark, è rielaborata anche oltreoceano. Ladytron e Client fra le band inglesi più interessanti che si lasciano affascinare sin dagli anni ’90 dalle sonorità di New Order e Depeche Mode. I primi, quartetto cosmopolita da Liverpool, hanno all’attivo 3 album e saranno in tour in Italia proprio a Marzo per promuovere “Witching Hour”. In quest’ultimo lavoro le loro atmosfere electro-dark si arricchiscono di un sound molto vicino allo shoegaze. Le loro date non prevedono il sud, ma vi segnaliamo comunque i concerti del 23/03 al Covo di Bologna, 24/03 al Circolo degli artisti (Roma) e 25 al Transilvania di Milano.

client2.jpg

Nessuna nuova data italiana invece per il trio femminile delle CLIENT, già esibitesi a Cosenza (per la rassegna Partyzan) lo scorso anno. Prodotte da Andrew Fletcher dei Depeche Mode, dimostrano di aver imparato la lezione dei maestri (dai Joy Division agli Smiths) ma la personalizzano curando molto l’aspetto visivo della band con un look pseudo-fetish fatto di uniforme da hostess, abiti da segretaria e pelle nera.
Insomma chiamatelo pure mero revival anni ’80, ma è innegabile che dietro questo recupero di sonorità e stili ‘80s si celino anche molte idee originali e inedite.
Rimane, d’altra parte, l’impressione che questa scena sia in continua evoluzione e costante mutamento. Quando leggerete questo articolo probabilmente persino l’etichetta Electroclash risulterà retro e anacronistica. Perchè l’anima del movimento, così come i suoni da cui è caratterizzato, è inquieta, incontrollabile e spesso nervosa. Non ama essere imprigionata in una definizione e prima di potercene accorgere, potrebbe essersi già trasformata in qualcos’altro.

Serena Belcastro

peaches.jpg


NewYeaRavEolution!!!

Sconsacratela pure, se vi pare, dagli ascolti puritani del nuovo millennio, in quanto forma corrotta della “sacre scritture”, ma la new generation d’oltremanica, mai quanto ora, ritma tacchi e ginocchia con riff di chitarra caustici e movenze nervose in videoclip fluorescenti. E’ l’ electro-clash: molto rischioso da confinare esattamente in una sola unica direzione di sviluppo. Nella pratica è un’ eruzione di follia a grande scala e in teoria molte band esordienti inglesi ne stanno fornendo una rivisitazione in chiave futuristica, attingendo direttamente da quel post-punk rètro che sembrava ai molti essere stato minato all’esaurimento. Sembrava però. Già perché in realtà sintetizzatori e pop in Inghilterra non sono mai stati lasciati incustoditi, e se ben combinati alla sana triangolazione chitarra/basso/batteria diventano perfetti per il cosiddetto indie-rave-wave. Musica da geek fatta da geek, delirio tra sostenitori moderati e fautori estetico estremisti alla New Young Pony Club perfetti per le migliori copertine patinate e decisamente lacunosi nella direzione del suono: fortunatamente, la scarsa voglia di punk-funk ostentata da quest’ultimi si concretizza decisamente meglio nei To My Boy – i video sono assolutamente rappresentativi del loro suono – e nei Cazals band di supporter negli ultimi tour dei Rakes, Babyshambles e Paddingtons.
Per l’ascoltatore medio si parla di miracolo “Nu Rave”, termine tra l’altro ingenuamente pronunciato durante un’ intervista dal bassista dei Klaxons, Jamie Reynolds (band originaria di New Cross, un quartiere londinese). Ingenuamente perchè Jamie Reynolds non immaginava ancora la risonanza mediatica che presto il neologismo avrebbe sollevato; in realtà intendeva semplicemente ribadire quanto la sua band fosse particolarmente debitrice alle più svariate influenze dance inglesi anni novanta, principio, questo, quasi normativo per chi nella Greater London si è formato. Ma tanto è bastato alla stampa e alle radio inglesi per definirli come magnifici pionieri new rave: parola forviante e fin troppo abusata di questi tempi all’interno di confini territoriali musicali in cui la mediazione pop tra rock ed elettronica rimanda da sempre ad un originario segno di riconoscimento UK. Ricordiamo, maliziosamente, che il produttore dei Klaxons è James Ford, impegnato al momento alla realizzazione del secondo atteso album degli Arctic Monkeys. A loro modo i figli del synth-pop britannico hanno sempre provato a ribaltare le “impennate” di chitarra da indie-rockers con i principi “sporchi” dell’electro dance da dopo bomba Kraftwerk. E giusto per rinfrescare un po la memoria l’ottima collaborazione dei Chikinki e di Matty Safer dei Rapture con i Tiefschwarz (Ali e Basti Schwarz affascinanti fratelli dell’electro berlinese) è roba di poco tempo fa, quando la falsa definizione lancio non era ancora decollata.
Quelle dei Klaxons sono sì delle serie e grandi feste degne di efebica esagitazione collettiva ma l’album di rave, infondo, ha ben poco. Certo è che piacciono molto alla BBC e al NME che li ha scelti come band principale per il tour indie-rave 2007 (promosso dallo stesso giornale) insieme a CSS, The Sunshine Underground e New Young Pony Club. Per il momento “Myths Of The Near Future” pubblicato dalla Polydor e uscito in Italia lo scorso febbraio, agita gli animi di alcuni e smuove i muscoli assopiti di molti altri. L’album è una decostruzione di atmosfere melodiche diverse: undici tracce che si smantellano a vicenda, rallentano ma recuperano ricomponendosi in perfetto electro-punk. E con il loro debutto europeo – c’è da scommetterci – Jamie Reynolds (voce e basso), Simon Taylor (chitarra), James Righton (voce e tastiera) e Steffan Halperin (batteria) vorranno sicuramente dimostrare di essere molto più dell’ultimo fuoco di paglia londinese. D’altronde non sarà sicuramente una coincidenza l’invito lanciato dal gruppo nel singolo “Gravity’s Rainbow” dove il refrain incalzante propone: “Come with me we’ll travel to infinity, I’ll always be there for you my future love”. E’ una promessa rinviata al futuro. Intanto li ascoltiamo divertiti ma attendiamo, su loro invito, di poter rinsaldare il debito.

Maria Francesca Palermo

7zm.jpg

Reflects

Anno di grazia 2007. Ci si muove ancora tra residui di spillette e camicie stropicciate e cravatte, frangette e all stars varie, ma la musica sta cambiando, l’ondata punk-funk non è destinata a sparire, ahivoi, ma piuttosto ad evolversi.
Anno di grazia 1989. Come al solito avviene nei periodi di passaggio (quei periodi in cui il fenomeno musicale del momento non è conclamato) i disattenti sono lì a dibattere sul revival 60’s garage o psichedelico e l’ultima uscita dei Sundays. E’ l’anno dei Violator che mette d’accordo tutti, ma è anche l’anno di nascita di Blur e Suede, esce “Technique” dei New Order e, soprattutto, l’esordio degli Stone Roses. Qualcosa si sta muovendo in città.
Anno di grazia 1990. I disattenti ora sono tutti a ballare all’Haçienda di Manchester, Mc Gee e Gillespie alla lavorazione di Scremadelica (ossia la musica rock come la conosciamo oggi). La musica è la stessa, la musica è cambiata. Rock contaminato dal fenomeno house, Manchester che diventa MadChester, i dj che riscrivono pagine di rock. La sintesi che avanza. Rockers da rave.
Anno di grazia 2006. E’ l’anno in cui la “malattia” cova, è lì in incubazione. I dischi dei Clor ma, soprattutto, il piglio e la musica dei Test Icicles (meteora così accecante ed intensa da essere ricordata sia per la paternità musicale sia per il grado di follia dei live che ha causato il prematuro scioglimento ) aprono le danze. Si balla già qualcosa di diverso sui 137 bpm.
La città questa volta è Londra. Per capirci qualcosa devi andare a downtown e scegliere un giorno non a caso, ma il lunedì. Si, il lunedì, in uno dei club più centrali e rinomati della città, il The End. Suona Erol Alkan e il suo è Trash dj set, un connubio in salsa 4/4 che mette d’accordo rockettari e ravers: da Giorgio Moroder ai Franz Ferdinand, dai Chemical bros. ai Bloc Party, bootlegs e rarità, mashep up e loops infiniti per il più stranito e ketaminico suono, ma il bello è che di droga ne gira veramente poca. I clubbisti si dividono sempre più tra il classico look vintage e nuovi eclettici egocentrismi (glowsticks, bastoncini colorati fluorescenti, smileys e vestiti fai da te). Li chiamano New Ravers (termine che a nessuno di loro piace, tant’è…) e sono il perfetto ibrido tra il classico nerd inglese consumatore di musica e compratore di dischi/downloads di area indie-alternative e i ravers mancuniani del ’90, in sintesi sono i nipoti perfetti dei Devo. Fenomeno emergente della New Rave i Klaxons, gli affermati Hot Chip, gli Shitdisco, i Sunshine underground, i norvegesi Datarock, e tutti i gruppi di ispirazione di casa DFA; più i soliti nomi remigati e remigati (LCD Soundsystem, Soulwax, Franz Ferdinad, Bloc Party, Simian Mobile Disco, Rapture, e i disciolti Supersystem).
Mese di grazia Marzo 2007. Delle vecchie serate di MadChester rimane solo un malinconico ricordo, qualitativamente la New Rave è di un livello di sintesi e contaminazione così avanzato da fare arrossire la maggior parte delle produzioni 90’s; i dj da club, da radio o da combattimento sono avvertiti e sanno già quello che dovranno fare. Chi vi scrive è già corso in soffitta a ripescare la maglia Smile che non indossa dai tempi di Jerry Scotti a Deejay Television.

Fabio Nirta